Il Salento bizantino: tra cripte, affreschi e identità culturale

Il Salento bizantino: tra cripte, affreschi e identità culturale

A cura di Ettore Bambi

 

Pur se pertinente al mondo della storia dell’arte, l’argomento che dà il titolo a questo breve intervento si intreccia con aspetti storici e socio-religiosi più vicini alle mie competenze di sociologo, per cui volentieri vado oltre i confini per me abituali e mi immergo insieme a voi negli affreschi delle cripte bizantine con le loro iscrizioni in lingua greca, grazie alle quali gli studiosi hanno ricavato preziose informazioni sugli autori, che furono pittori professionisti, quelli dei committenti e l’anno di realizzazione dell’opera.
In questo senso, la presenza di forme di scrittura all’interno delle Cripte -fra poco ricorderemo le principali- si configura come dispositivo di
conoscenza e trasmissione del sapere, attivando quella funzione tecnica che l’utilizzo di segni grafici su un supporto durevole consente di realizzare.
Un po’ di storia per avere cognizione di passaggi non troppo conosciuti della storia del Salento oltre gli addetti ai lavori.
Incrocio fra Oriente e Occidente, incrocio politico, linguistico, culturale, religioso. Una cultura ibrida, che persiste oggi in aspetti che vengono dati per scontati (dialetto, architettura, tempi religiosi, riti, urbanistica. Esempio: a Sternatia la passeggiata nello “steno’”, via strettissima, fa tornare il viaggiatore ad una dimensione umana. Dunque questo incrocio riguarda il patrimonio immateriale del territorio. E non potrebbe non essere così. Visto che la penetrazione greca nella penisola salentina si ebbe sia in epoca antica (Magna Grecia), sia con la successiva influenza culturale dell’Impero romano d’Oriente, sin dalla riconquista ad opera di Giustiniano e più tardi e in particolare con l’emigrazione di molti religiosi nel periodo delle contese sull’iconoclastia nell’VIII secolo e ancora con l’immigrazione massiccia a seguito delle campagne militari dell’imperatore Basilio I, che proseguì anche nei secoli successivi.
Le origini della presenza bizantina in ‘Terra d’Otranto’ risalgono al periodo della cosiddetta guerra gotica (535-553 d.C.) che, da un lato, portò l’imperatore Giustiniano a governare anche sui territori italiani e, dall’altro, provocò una cospicua emigrazione greca verso l’Italia meridionale. Tra l’altro, in questa fase il Salento fu più volte predato sia dai Goti che dai Bizantini, che ne fecero un vero e proprio presidio per l’approdo nel Sud Italia.
Ne derivò lo sviluppo di un certo fervore artistico: monachesimo bizantino e tendenza all’eremitaggio divennero caratteristiche evidenti di questo periodo storico e la diffusione di comunità religiose rurali, cripte e chiesette rupestri si accompagnò al consolidamento del rito liturgico bizantino.
I cinque secoli di attestazione bizantina produssero un processo di grecizzazione della regione (e, più in generale, di gran parte del Mezzogiorno) di cui ancor oggi si possono individuare diverse tracce.
Una grecizzazione che coinvolge la cultura, la lingua, l’arte e l’architettura della Puglia. Una prima testimonianza è rappresentata dall’eredità culturale rappresentata da alcune tradizioni popolari locali: in tal senso, l’esempio più noto ed eclatante è costituito dal tarantismo salentino, studiato nel corso della spedizione etnografica nel ‘feudo di Galatina’, nell’estate 1959, da Ernesto de Martino. All’interno del libro “La terra del rimorso”, esito della ricerca sul campo compiuta dall’etnologo napoletano e dalla sua équipe, sono evidenziati dei parallelismi tra il fenomeno coreutico-musicale del tarantismo salentino e il rituale dionisiaco del menadismo, diffuso nell’antichità greca.
In estrema sintesi, infatti, agli occhi di de Martino il simbolismo coreutico-musicale e cromatico del tarantismo si configurava come sorta di ‘sopravvivenza’ del menadismo, in seno al quale la contaminazione con il cattolicesimo di San Paolo di Tarso –strenuo oppositore
dei culti dionisiaci– contribuì ineluttabilmente a modificarne la semantica e gli elementi rituali rappresentativi.
D’altra parte, dal punto di vista linguistico, il Salento è stato anche patria elettiva di un’isola linguistica ellenofona, la Grecìa salentina, in cui si parlava il ‘griko’, idioma dialettale neo-greco esito di un probabile innesto di caratteri bizantini in una preesistente matrice glottologica magnogreca. Inoltre, nella Grecìa salentina si conserva “ostinatamente” il patrimonio orale dei traudia, canti popolari e sonorità ispirati alla mitologia e alla tradizione musicale dell’antica Grecia.
Da qualche anno, a conferire un peso anche politico, si è costituita l’‘Unione dei Comuni della Grecìa salentina’, dotata di autonomia statutaria e, allo stato attuale, composta da dodici municipalità.
Insomma, stiamo parlando di una presenza delineante cinquecento anni di storia, che dura sino al 1071 – resistendo alle pressioni dei Longobardi e dei Saraceni – quando i normanni conquistano Bari.
Il Salento –noto nella storia soprattutto come Terra dei Messapi- fu dunque bizantino oltre ogni ragionevole dubbio da quando dopo la caduta di Ravenna del VII secolo pagò il prezzo della sua fedeltà all’Impero d’Oriente. Resse le persecuzioni di Leone III contro l’iconoclastia, si rifugiò con i monaci seguaci di San Basilio nei cenobi tufacei lasciandoci l’eccezionale eredità artistica negli affreschi del IX secolo della cripta di Santa Cristina a Carpignano, che rappresenta l’estrema sintesi dell’arte bizantina ed è stata definita da alcuni storici dell’arte come «la Cappella Sistina dell’arte rupestre greco-bizantina». Probabile che, originariamente, la Cripta facesse parte di un complesso di ambienti ipogei comprendente anche un frantoio e diversi anfratti abitativi. Almeno fino alla metà del XV secolo, la Cripta rappresentò il centro nevralgico della socialità carpignanese:
attorno ad essa, infatti, pare si svolgessero mercati, fiere e pellegrinaggi. A tutti gli effetti, un luogo di aggregazione. Citiamo qualche altra cripta, da quella di San Sebastiano a Sternatia risalente al X secolo dove troviamo una “ripartizione” che poggia sull’ipotesi che la cripta fosse funzionale all’esercizio della liturgia greca: una zona destinata ai fedeli, alle funzioni, mentre l’altra a “pastophorion”(ovvero a sacrestia). Infatti nella navata destra sono presenti due mense addossate alla parete che potevano fungere da ripiano degli oggetti sacri.
Nella cripta di Casaranello che a dire il vero non è una vera e propria cripta ma un complesso di ambienti sotterranei e seminterrati che ne costituiscono il sostrato antico, dove si possono ammirare mosaici paleocristiani del VI secolo e affreschi bizantini, rendendola uno scrigno d’arte medievale. Ancora, le cappelle rupestri dedicate alla Madonna di Costantinopoli al villaggio di Casole di Cannole, a Cerfignano e a Palmariggi, la cripta basiliana di Corsano (situata nella zona chiamata li Tumari, sulla strada che porta a Marina di Novaglie, scavata nella roccia calcarenitica, composta da due stanze comunicanti e presenta un altare, tracce graffite e un giaciglio, offrendo un suggestivo esempio di architettura rupestre).
La cripta di Santo Stefano a Cursi (nota anche come basiliana o Cripta di San Giorgio, chiesa rupestre risalente all’XI-XIII secolo, scavata nella roccia calcarenitica del territorio di Cursi, caratterizzata da una navata unica che ospita un importante ciclo di affreschi di epoca bizantina e medievale, con raffigurazioni di santi e scene religiose).
La grotta di Sant’Eleuterio a Matino (sito rupestre sul Monte Sant’Eleuterio che fu sede di un monastero basiliano e ospitò sia monaci di rito greco sia il preesistente insediamento antropico del Paleolitico).
La cripta di Santa Marina a Miggiano (edificata tra il X e l’XI secolo dai basiliani; successivamente cappella funeraria, da cui originano diverse tradizioni popolari: si narra che le donne del luogo scendessero alla cripta, affinché la santa intercedesse per loro, e si inginocchiassero per sette volte, un inchino in corrispondenza dei quattro angoli e tre inchini al centro, assumendo una posizione ad arco, a voler ricordare l’arcobaleno).
Santa Marina anche a
Muro, una delle più antiche chiese di Terra d’Otranto risalente ai secoli IX-XI, con una struttura muraria in parte costruita utilizzando i blocchi squadrati della cinta che proteggeva Muro in età messapica. L’interno è a navata unica con abside semicircolare e costituisce un importante esempio di architettura bizantina. L’edificio custodisce un ciclo di affreschi antecedenti il 1087 che raffigurano la vita e le opere di San Nicola. La cripta di S. Antonio Abate a Nardò dove sono conservati circa 16 affreschi risalenti al periodo altomedievale, con rappresentazioni di Cristo, della Vergine e vari santi.
La cripta di Sant’Elia a Patù, con affreschi nei quali si riconoscono il santo cui è dedicata e un Cristo Pantocreatore in vesti bianche benedicente alla greca, che regge nella mano sinistra un cartiglio con il quale si presenta come “la luce del mondo”.
La cripta della Beata vergine a Supersano, con iconografie del XIII secolo raffiguranti San Giovanni Battista, San Nicola di Myra, un santo anonimo, Cristo in trono, il dittico dei Santi Andrea e Michele, Santo Stefano con un Santo Vescovo, Vergine con Bambino, Vergine in trono con Bambino e la Madonna della Misericordia. Chiamata anche cripta coelimanna proprio in virtù della nella manna estratta nel Tardo Medioevo da qualche varietà di Fraxinus ornus, pianta ancora esistente in zona; la cripta dei Santi Stefani a Vaste (così chiamata in quanto vi è una triplice raffigurazione di Santo Stefano risalente al XI secolo, ricavata interamente nel banco di roccia tufacea. I resti del naòs e del bema, ovvero i resti del muro che separava i fedeli dal clero e dai ministranti, fa presupporre che nella cripta si officiava in rito greco).
La cripta di San Nicola a Otranto (Situata nella Valle delle Memorie, luogo di importanza storica per la presenza di un antico villaggio rupestre, scavata nelle pareti rocciose della vallata e risalente al X-XII secolo. Formata formata da tre navate, divise da pilastri, terminanti con piccole absidi semicircolari. Sono ancora visibili tracce di affreschi bizantini e iscrizioni in lingua greca).
Un’arte sacra come stiamo vedendo che segue i canoni dell’iconografia orientale: figure di santi con tratti stilizzati, assenza di prospettiva, simbolismo teologico. Anche le icone e i pannelli lignei trovati nelle chiese seguono questi modelli, in pratica le cripte e gli ipogei sono le edificazioni che sono meglio sopravvissuti rispetto alle Chiese, quasi tutte modificate o radicalmente sostituite.
Insomma la “resistenza” valeva a qualcosa, dal momento che quando verso l’888 i Bizantini furono di nuovo in Puglia a seguito della vittoria di Basilio contro l’imperatore di Germania, essi considerarono il Salento una sorta di terra d’adozione nell’insieme del territorio pugliese: cessò la
lingua latina, l’arte e il costume greci divennero preponderanti, il Salento divenne parte integrante della Thema di Longobardia, mentre Bari fu eletta a sede del Catapano -massima autorità governata dal Basileus- la chiesa di Otranto venne elevata a Metropoli, tanto che il culto dei santi greci si diffuse rapidamente, le abbazie dei monaci basiliani si moltiplicarono ormai senza ostacoli e le pratiche religiose si radicarono a tal punto che occorsero poi secoli per sostituirle con quelle di rito latino.
Abbiamo detto che le cripte si sono conservate assai meglio delle chiese, che si distinguevano perla semplicità esterna e l’intenso richiamo spirituale interno, edifici a pianta centrale o basilicale, di cui l’esempio più famoso è la chiesa di San Pietro a Otranto, costruita intorno al IX-X secolo, fu, probabilmente, la prima basilica della città, eletta metropoli nel 968. A pianta quadrata a croce greca inscritta, presenta tre piccole navate sormontate da una cupola centrale sorretta da quattro colonne. Le tre absidi sul fondo conservano cicli di affreschi in stile bizantino databili tra il X ed il XV secolo. Poi Santa Caterina a Galatina che se pur costruita in epoca angioina conserva elementi iconografici bizantini, la chiesa di Santo Stefano a Soleto, la chiesa di San Mauro a Gallipoli, l’Abbazia delle Centoporte a Giurdignano, la Chiesa di Santa Maria d’Aurio a Lecce.
Senza dimenticare i centri di studio, meditazione, e preghiera, oggi conserviamo riportata a nuova luce l’Abbazia di Cerrate, ma ancora più rinomata allora era quella di San Nicola di Casole, di cui oggi possiamo solo ammirare i resti. Sorgeva a pochi chilometri a sud di Otranto e rappresenta uno dei luoghi più importanti del Salento, a livello storico, artistico e culturale. Fu fondato nel 1098 da Boemondo d’Antiochia e successivamente donato a un gruppo di basiliani guidati da Giuseppe, che fu primo abate della futura Abbazia. Attivissimo centro culturale, conservò per lunghi secoli numerosissimi incunaboli e volumi greci e latini.
Era all’epoca una delle biblioteche più ricche d’Europa. Venne distrutta nel 1480, in seguito alla devastazione dei Turchi. Di essa rimangono oggi
solo rovine.
Anche Lecce aveva anima bizantina, già rivelatasi con la presenza di una chiesa dedicata a San Giovanni Malato probabilmente nel IX secolo, poi rinominata nel 1765 San Nicolò dei Greci (anche detta di Mira) proprio perché ospitante la comunità greco-albanese sfrattata dai Gesuiti nel 1574 dal proprio luogo di culto che era situato nell’attuale chiesa del Gesù e fu distrutto.
Oggi appartiene all’eparchia di Lungro. Della chiesa bizantina si identificano oggi tre navate con tracce delle absidi e affreschi trecenteschi.
E a pochi passi dalla Chiesa di San Nicolò, ecco l’eccezionale ritrovamento del sistema difensivo bizantino di Piazza Sant’Oronzo, restituito alla luce pochi giorni fa. Datato tra il V ed il VI secolo. È una sorta Kastron bizantino.
Il kastron (dal greco fortezza, castello) non era solo una roccaforte militare, ma anche il cuore di un piccolo centro abitato e di un distretto rurale. Intorno al kastron si trovavano villaggi, terreni coltivati e infrastrutture, e la popolazione vi trovava rifugio in caso di attacco.
Grazie alle stratigrafie realizzate dai ricercatori, è stato possibile datare la realizzazione di questo sistema difensivo entro un lasso di tempo compreso tra il V e il VI secolo d.C.
La prima parte sarebbe stata costruita in un frangente storico particolarmente turbolento per Lecce, dal punto di vista politico e militare. Un’epoca in cui l’anfiteatro aveva ormai perso la sua funzione originaria a causa della progressiva diffusione del cristianesimo e come conseguenza del decreto di Onorio del 404 che vietava i ludi gladiatori nelle arene.
Una massiccia torre a pianta circolare dal diametro di circa 12 metri sarebbe stata aggiunta in un secondo momento alle mura, sempre nel corso dell’alto medioevo.
Le evidenze suggeriscono quindi che in questa zona del centro storico fosse stata costruita un’articolata struttura difensiva che in età altomedievale era arrivata a inglobare anche l’anfiteatro, il più imponente edificio della Lecce romana, fino a formare a tutti gli effetti il kastron bizantino, Strategicamente posizionato, l’ipotizzato kastron bizantino doveva rappresentare il fulcro dell’amministrazione ed il centro militare difensivo dell’insediamento di Lecce. Lecce difatti, in quei secoli fu parte dell’Impero romano d’Oriente. I dati in possesso portano a ritenere che una fortificazione di origine bizantina abbia sfruttato le volumetrie e l’ossatura dell’anfiteatro con scopi difensivi. Una muratura, costituita da pietra e terra contenute in una serie di blocchi in pietra, avrebbe avuto il compito di formare una difesa impenetrabile.
Di fatto, l’edificazione bizantina sfruttava in buona parte l’Anfiteatro inglobandolo nel sistema e consentendo agli abitanti – i militari, il ceto governante, i commercianti – di risiedere all’interno del Kastron, come descritto dal geografo Guidone.
Coi bizantini dunque l’anfiteatro diventava la città, ospitando sino a 1.000 abitanti protetti da una muraglia di oltre 3 metri; ideale per la difesa di un territorio che era nelle mire dei Longobardi a Nord e dei Saraceni dal mare.

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